Dal bosco risorse strategiche per alimentare la green economy

00026490In Italia le attività connesse alla filiera del legno (dalla produzione, alla trasformazione industriale in prodotti semilavorati e finiti, fino alla commercializzazione – mobili, impieghi strutturali, carta, cartone, pasta di cellulosa e legno per fini energetici) coinvolgono circa 80.000 imprese, per oltre 500.000 unità lavorative occupate. In particolare, la filiera nazionale del legno, soprattutto grazie all’efficacia dell’industria del mobile, garantisce un saldo commerciale positivo: si tratta del secondo settore dell’industria manifatturiera italiana, con un volume di affari complessivo di oltre 30 miliardi di euro.
Nel nostro Paese, però, la filiera foresta-legno risulta fortemente dipendente dall’estero per l’approvvigionamento della materia prima (woodinsecurity): più dei 2/3 del fabbisogno nazionale viene coperto dalle importazioni. L’Italia è il primo importatore europeo di legname per l’industria ed è anche il primo importatore mondiale di legna da ardere e il quarto di cippato e scarti in legno.
A fronte di tutto ciò il tasso di prelievo dai boschi italiani, sia in termini di massa legnosa asportata rispetto all’incremento naturale dei soprassuoli forestali, sia nei confronti della massa legnosa asportata per unità di superficie forestale, è uno dei più bassi in Europa. In questo quadro viene sempre più auspicato un calibrato aumento dell’approvvigionamento di materiale legnoso nazionale.
L’attuale prelievo legnoso annuo in Italia viene stimato pari al 46% circa dell’incremento naturale annuale dei boschi disponibili ai fini del prelievo legnoso (cioè dove è trascurabile qualsiasi significativa limitazione di tipo ambientale, ecologico-naturalistico, sociale o economico, www.infc.it). Le piantagioni da legno coprono una superficie tra 122.000 (www.infc.it) e 144.000 ettari: in questo ambito rimane di fondamentale importanza la pioppicoltura, che fornisce quasi il 40% del legname da opera prodotto in Italia. Gli impianti di short rotation forestry, destinati alla produzione di bioenergia, ammontano a circa10.000 -12.000 ettari.
Il legname da lavoro (legname da trancia e da sega, per paste e altro legname per uso industriale) costituisce circa un terzo del materiale legnoso complessivamente prelevato dai boschi; la maggior parte di questa produzione è concentrata nel Nordest del Paese. Per quanto riguarda la legna da ardere, il 90% proviene da formazioni boschive di latifoglie, in particolare da querceti misti con governo a ceduo. L’incremento netto annuo del volume della massa legnosa, ottenuto dalla differenza tra incremento lordo e le perdite per cause naturali, risulta pari a 35 milioni di metri cubi; la variazione netta, ottenuta sottraendo all’incremento netto le utilizzazioni e la massa legnosa epigea di aree forestali che hanno cambiato destinazione di uso, risulta pari a +21 milioni di metri cubi. Questa è la massa legnosa che, sotto il profilo teorico, potrebbe essere annualmente ulteriormente disponibile per un utilizzo a fini bioenergetici e industriali. Bisogna però tenere conto delle diffuse limitazioni a fini produttivi sotto il profilo ambientale, ecologico-naturalistico, sociale, finanziario ed economico che caratterizzano molte aree boschive e si stima che la quota di produzione legnosa effettivamente utilizzabile in più rispetto all’attualità sia verosimilmente inferiore a circa la metà della suddetta cifra.
Esiste comunque, in Italia, un potenziale margine significativo per un calibrato aumento della utilizzazione della produzione legnosa forestale nazionale, in un quadro di attenta pianificazione forestale. Il correlato incremento delle possibilità occupazionali nel medio periodo può essere stimato, a livello nazionale, in non meno di 35.000 nuovi posti di lavoro, con riferimento al solo settore delle utilizzazioni legnose. In questo contesto la selvicoltura potrebbe rappresentare uno dei settori più dinamici della green economy, in grado anche di contribuire in modo significativo alla stabilizzazione delle popolazioni rurali e alla limitazione della ulteriore urbanizzazione del territorio.
Produzione di legno ma non solo:la gestione delle foreste cerca di conciliare la protezione dell’ambiente (prevenzione del dissesto idrogeologico, conservazione della biodiversità, salvaguardia del paesaggio, contrasto e mitigazione dei cambiamenti climatici, ecc.) con lo sviluppo socio-economico del territorio, in un’ottica multifunzionale che interpreta il bosco come un sistema biologico complesso. Peraltro, vari fattori ancora determinano una certa inerzia nella gestione delle risorse forestali: a esempio, frammentazione e staticità della struttura fondiaria, carenza di servizi di supporto alle imprese, mancanza di politiche settoriali coerenti. Da sottolineare inoltre una concezione diffusa, supportata da una certa sensibilità sociale, secondo cui le risorse forestali costituiscono una riserva economico-ambientale solamente da conservare in modo passivo più che da gestire, e una carenza di cultura selvicolturale, condizione non di rado ostativa per un adeguato trasferimento delle conoscenze scientifiche anche laddove è possibile fare riferimento a soluzioni innovative. A fronte di ciò si rende dunque particolarmente opportuna la promozione di azioni di sensibilizzazione culturale, oltre che di sviluppo della ricerca. In queste specifiche direzioni opera il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, con le sue strutture specializzate nel settore. (Piermaria Corona, Cra, Direttore Centro di ricerca per la selvicoltura, www.silvae.it)