In Italia, il bosco cresce, ma non si taglia

Il Consiglio per la ricerca in agricoltura (Cra) definisce “paradossale” la situazione dei boschi in Italia. Infatti, a un aumento della superficie boscata (+28% tra il 1985 e il 2015), corrisponde una diminuzione di prelievo del legno. Nonostante una disponibilità di biomassa forestale potenzialmente utilizzabile di 38,4 milioni di mc all’anno, la quantità di legname utilizzato nel 2015 è stata intorno ai 5,5 milioni di mc, che corrisponde a circa l11% in meno rispetto al 2014, sta scritto nell’ultimo rapporto del Cra.

Di converso, un recente studio dell’Agenzia energetica austriaca ha messo a confronto gli effetti economici dell’uso di fonti fossili e biomasse del territorio nell’area di Hartberg, nel Nordest del Paese dove, con il legno, si copre il 47% del fabbisogno di calore. La ricerca mostra che, mentre i combustibili fossili creano occupazione solo presso il consumatore finale (20 ore di lavoro per terajoule all’anno per il gasolio e 10 per il gas naturale), le biomasse legnose locali generano valore in tutte le fasi. La produzione di legna da cippato, compreso il trasporto ai consumatori, genera 118 ore di lavoro per terajoule ogni anno, mentre il risultato migliore in termini occupazionali si raggiunge con la presenza di una segheria regionale con valorizzazione a cascata del legno per produrre pellet, situazione nella quale si arriva a 217 ore di lavoro. 

In media, le filiere bioenergetiche, basate su materia prima legnosa locale, creano 7,5 volte più occupazione rispetto ai combustibili fossili gassosi.

Un modello che potrebbe essere replicato anche in Italia e in Friuli VG, dove Legno Servizi, in particolare, da sempre è impegnata a creare occupazione collegata alle filiere foresta-legno-energia. (Essegipress)